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Martedì, 21 Mag 2013
Martedì 06 Settembre 2011 13:55

Anoressia e Relazioni Familiari

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Anoressia Nervosa

Il termine di “anoressia nervosa” è stato coniato nel 1868 dal clinico inglese William Gull.

Anoressia” viene dal greco “an-orexia” e significa “mancanza d'appetito”, l’etimo è però fuorviante: l’appetito è conservato, ma si teme di ingrassare.

In Italia tra i primi a studiare i disturbi del comportamento alimentare fu la psichiatra e psicoterapeuta Mara Selvini Palazzoli, la quale dedicò la maggior parte della sua vita professionale alla cura delle ragazze anoressiche. Iniziò i suoi studi nel 1950 e nel 1963 pubblicò L'anoressia mentale, che la rese famosa a livello internazionale.

La Selvini riconduce l'origine della malattia al confluire di più fattori, raggruppabili in due categorie:

  • 1. Fattori specifici della cultura occidentale (moda della magrezza e offerta di cibo)
  • 2. Modalità organizzativo-evolutive delle interazioni familiari. Queste ultime sono dominate da: spostamento dei figli ad una posizione di assoluta centralità nella famiglia e prolungamento della fase di dipendenza dei figli dai genitori, con il conseguente dilazionamento della responsabilizzazione di questi ultimi.

La terapeuta parla di un “gioco familiare” caratterizzato da strategie basate sul sintomo (anoressia) e da un potere che il sintomo stesso conferisce alla figlia/figlio nel controllare i genitori. Col tempo ogni membro della famiglia può escogitare strategie per se stesso, basate sull'idea che il sintomo persisterà.

Il contributo importante dato dalla Selvini si riferisce, quindi, all’introduzione di un’ottica familiare in riferimento a questa grave patologia, infatti la famosa psicoterapeuta abbraccia il modello sistemico e adotta la terapia familiare come intervento principe nella cura dell’anoressia.

Un altro contributo rilevante allo studio dell’anoressia è stato dato dal terapeuta argentino Salvador Minuchin, che nel 1978 scrive Famiglie psicosomatiche. L'anoressia mentale nel contesto familiare. Il testo è il risultato finale di dieci anni di ricerca con le famiglie delle pazienti anoressiche e descrive l'anoressia mentale come sindrome psicosomatica, caratterizzata, quindi, da sintomi di natura sia psichica che fisica.

Minuchin distingue i disturbi psicosomatici in "primari" e "secondari": nei primi è presente un'alterazione biologica e la patologia si esprime come un’esacerbazione, su base emozionale, del disturbo già presente; nei secondi non può essere dimostrata alcuna patologia organica come substrato e l'elemento psicosomatico viene individuato nelle trasformazioni dei conflitti emotivi in sintomi somatici. Tali sintomi si possono fissare in una malattia grave e debilitante come l'anoressia nervosa.  

Certi tipi di organizzazione familiare sono strettamente correlati allo sviluppo e al mantenimento di sindromi psicosomatiche e, a loro volta, sono gli stessi sintomi del figlio psicosomatico a mantenere l'omeostasi familiare.

Il sintomo diventa un modo di comunicare e il suo significato dipende dal contesto comunicativo nel quale si manifesta e dalle regole familiari. Non ci sarà più, quindi, un individuo sintomatico, ma un intero sistema sintomatico, dato che è lo stesso sistema che inserisce il sintomo nella sua rete comunicazionale utilizzandolo per il proprio funzionamento e per la propria comunicazione. Il sintomo può essere insorto in un individuo sia a causa delle sue particolari condizioni di vita sia come tentativo di risolvere la disfunzione esistente nella famiglia, e la malattia può sparire solo a prezzo di un cambiamento intervenuto nel "gioco familiare" che possa portare la famiglia stessa a funzionare indipendentemente dal disturbo.

Per spiegare il funzionamento della "famiglia psicosomatica" Minuchin ha ipotizzato cinque modalità transazionali che sono direttamente collegate alla comparsa ed al mantenimento di un quadro sintomatico:

  • 1) Invischiamento
  • 2) Iperprotettività
  • 3) Rigidità
  • 4) Evitamento del conflitto
  • 5) Coinvolgimento del membro sintomatico nella regolazione del conflitto

Nessuna di queste caratteristiche sembra sufficiente a sostenere i sintomi psicosomatici da sola, ma l'insieme di esse è ritenuto tipico di un assetto familiare che incoraggia la somatizzazione.

Le strategie terapeutiche saranno quindi indirizzate contro queste modalità di transazione: il terapeuta ha il compito di riformulare il sistema familiare, ed è attivamente coinvolto come agente del rinnovamento mediante l'uso di tecniche atte a provocare crisi e tali da scuotere il sistema e costringerlo a cercare un nuovo equilibrio strutturale, più salutare.

Altre Informazioni

Federica Seravelli

Federica Seravelli

Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale, Didatta in Formazione.

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